Quando facciamo il saluto rivolto al compagno di pratica, il rei, ormai dopo tanti anni non pensiamo più al suo vero significato, lo facciamo perché è una normale consuetudine, fa parte integrante della pratica, ma… una cintura bianca che da poco si è avvicinata a questo mondo marziale fatto di tradizioni millenarie a volte oscure, ha la purezza e l’innocenza di farsi mille domande, del tipo “Perché dobbiamo inchinarci?” Di seguito un trattato sulla sua spiegazione.
Quando
ci inchiniamo, pieghiamo la schiena e la testa scende all’altezza del cuore,
questa immagine per me è molto evocativa. In un semplice gesto
dimostriamo all’altro che mettiamo la mente (la testa, il ragionamento) allo
stesso livello dello spirito (il cuore, l’anima) in un magico equilibrio di yin
e yang. Per comprendere appieno questo discorso va detto che il “saluto” è
reciproco e mai unilaterale. Sensei, Sempai e Kohai lo esclamano all’unisono a
indicare che non esiste qualcuno migliore di un altro ma indipendentemente dal
grado, dal colore della cintura, tutti sono uguali e tutti possono/devono
imparare da tutti. Capiamo, dunque che il saluto non simboleggia una
superficiale e ipocrita manifestazione di educazione da esibire a comando.
Se eseguito tenendo a mente il suo vero significato è una doccia di umiltà
che ha l’effetto di incatenare il demone dell’egoismo e dell’arroganza. La
comprensione, il rispetto e l’attuazione dell’etichetta provvede a
mantenere la pace tra le persone. Ciò è magistralmente riassunto da una frase
di Matsumura Sokon, che all’età di 76 anni scrisse quanto segue
(nel 1885): “Una persona che è veramente umile avrà sempre una calma
interiore”.
Quando
le persone sperimentano certe emozioni e pensieri si comportano in modi molto
prevedibili. Quando siamo tristi, piangiamo. Quando siamo felici, abbiamo
un’espressione sorridente sul volto, quando siamo d’accordo, noi annuiamo
automaticamente con la testa. Il nostro corpo mostra il nostro stato
d’animo, ma ciò è vero anche al contrario, cioè uno stato d’animo può essere
indotto da un atteggiamento del nostro corpo. Infatti, secondo un’area di
ricerca nota come psicologia propriocettiva, che attraverso il
supporto di seri studi e convincenti esperimenti, l’idea inizialmente
controversa ha trovato riscontro. Una delle esperienze scientifiche più
convincenti fu lo studio del 1980 per merito dello psicologo Fritz
Strack ed i suoi colleghi, i quali chiesero a due gruppi di persone di
giudicare quanto trovavano divertenti delle vignette umoristiche. Questi due
gruppi sono stati invitati a votare quanto si sentissero felici durante la
lettura di alcuni di questi fumetti, ma in due circostanze differenti. A
un gruppo è stato chiesto di tenere una matita tra i denti, per garantire che
essa non toccasse le labbra, facendo assumere di conseguenza
un’espressione forzata molto simile al sorriso. L’altro gruppo, invece doveva
tenere la matita solo con le labbra chiuse, assumendo pertanto una tipica
espressione imbronciata. In poche parole il primo gruppo che forzava il sorriso
trovava molto più divertenti le vignette del secondo gruppo che forzava
un’espressione cupa. Senza rendersene conto i partecipanti tendevano a vivere
le esatte emozioni associate con le loro
espressioni create artificialmente. Tutto questo diventa più interessante nel
momento in cui scopriamo che sono influenzati molti aspetti del nostro
comportamento, compresa l’interazione con gli altri in modo più
positivo, pertanto il nostro stesso modo di comportarci, di mostrare un
atteggiamento agli altri, influenzerà chi abbiamo di fronte, coinvolgendolo nel
nostro stato mentale attraverso il linguaggio del corpo. Ora sta a noi
trasmettere positività o meno, sta a noi accettare di condividere insieme un
percorso collaborativo di miglioramento di noi stessi e di conseguenza degli
altri…
Rifletteteci
la prossima volta che fate il Rei.

